Il prossimo 8 giugno l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato tratterà tre questioni importanti:


a) se nel computo del termine processuale, il cui inizio cada nel periodo feriale dal 1° al 31 agosto, debba essere compreso anche il giorno del 1° settembre, oppure se il 1° settembre debba individuarsi quale dies a quo con la conseguenza che tale giorno, ai sensi dell’art. 155 c.p.c., non potrebbe essere computato nel termine.

La questione è stata rimessa dalla sez. VI, con ord. 8 febbraio 2016, n. 509, che ha dato atto del contrasto giurisprudenziale sorto sul punto. 
Secondo un primo orientamento giurisprudenziale (Cons. St., sez. VI, 8 agosto 2014, n. 4235; id. 11 maggio 2011, n. 2775; id. 1 ottobre 2002, n. 5105), nell’ipotesi di inizio del decorso del termine in periodo feriale, il primo giorno post feriale (id est, il 16 settembre, oggi il 1° settembre, ex art. 54, comma 2, c.p.a., come modificato dall’art. 20, comma 1 ter, d.l. 27 giugno 2015, n. 83, convertito nella l. 6 agosto 2015, n. 132, che ha ridotto la sospensione dei termini processuali dal 15 settembre al 31 agosto di ciascun anno. Tale riduzione era stata già disposta dall’art. 16, comma 1, d.l. 12 settembre 2014, n. 132, che si interpreta, ai sensi del citato comma 1 ter dell’art. 20, d.l. n. 83 del 2015, nel senso che «si applica anche al processo davanti ai tribunali amministrativi regionali e al Consiglio di Stato») va escluso dal calcolo del tempo utile per la maturazione del termine, trattandosi del primo giorno utile per svolgere una qualsiasi attività legata al decorso dei termini processuali e, quindi, ai sensi dell’art. 155, comma 1, c.p.c., qualificabile come dies a quo non computabile, per cui il termine deve essere computato dalle ore 0 del 2 settembre (nella disciplina previgente, dalle ore 0 del 17 settembre). 
Un secondo, contrario orientamento (Cons. St., sez. IV, 19 marzo 2015, n. 1497, con espresso richiamo alla giurisprudenza civile formatasi nella scia di Cass. civ., s.u., 28 marzo 1995, n. 3668; id. 14 novembre 2012, n. 19874) ha motivatamente affermato che nell’ipotesi di inizio del decorso in periodo feriale, il termine dovrebbe essere computato dalle ore 0 del 1° settembre (nella disciplina previgente, dalle ore 0 del 16 settembre).

 
b) se, alla luce dei principii che sono alla base dell’istituto dell’avvalimento (art. 49, d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163) in materia di procedura di evidenza pubblica,

1) l’art. 88, d.P.R. 5 ottobre 2010, n. 207 – nel richiedere che il contratto di avvalimento deve riportare in modo compiuto, esplicito ed esauriente, l’oggetto indicando le risorse e i mezzi prestati in modo determinato e specifico – riguarda unicamente la determinazione dell’oggetto del contratto (così legittimando anche interpretazioni di tipo estensivo) oppure, oltre all’oggetto, anche il c.d. requisito della forma-contenuto;

2) se nell’ipotesi di categorie che richiedono particolari requisiti – come nel caso di specie risulta per la categoria OS18A – tali particolari requisiti debbano essere indicati in modo esplicito nel contratto di avvalimento oppure possano essere desunti dall’interpretazione complessiva del contratto;

3) se l’istituto del soccorso istruttorio, come disciplinato dopo le novità introdotte dal d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla 11 agosto 2014, n. 114, possa essere utilizzato anche con riferimento ad incompletezze del contratto di avvalimento che, sotto un profilo civilistico, portano ad affermare la nullità del negozio per mancanza di determinatezza del suo oggetto.
La questione è stata rimessa dal C.g.a. con ord. 19 febbraio 2016, n. 52.

 
c) della perdurante vigenza o meno dell'ipotesi di silenzio assenso prevista dall'art. 13, commi 1 e 4, l. 6 dicembre 1991, n. 394 a seguito dell'entrata in vigore della l. 14 maggio 2005, n. 80, che, nell'innovare l'art. 20, l. 7 agosto 1990, n. 241, ha escluso che l'istituto generale del silenzio assenso possa trovare applicazione in materia di tutela ambientale e paesaggistica.

La questione è stata rimessa dalla sez. III con ord. 17 febbraio 2016, n. 642, in considerazione del contrasto giurisprudenziale sorto sul punto.
Nel senso della perdurante vigenza del silenzio assenso si pone l’orientamento espresso dalla sez. VI del Consiglio di Stato con le sentenze n. 6591 del 2008 e n. 3047 del 2014. Secondo tale orientamento la tesi della perdurante operatività del meccanismo del silenzio assenso previsto dall’art. 13 cit. troverebbe conferma nella formulazione letterale dell'art. 20, comma 4, l. n. 241 del 1990, in base al quale "le disposizioni del presente articolo non si applicano agli atti e ai procedimenti riguardanti il patrimonio culturale, e paesaggistico e l'ambiente". 
La disposizione sarebbe chiara nel riferire l'eccezione solo alle "disposizioni del presente articolo", escludendo pertanto le ipotesi di silenzio assenso previste, anche nell'ambito di procedimenti dello stesso tipo di quelli richiamati, da disposizioni precedenti, come appunto quella di cui all'art. 13, l. n. 394 del 1991. Rispetto a tale ipotesi di silenzio assenso, ad avviso della sez. VI il nuovo testo dell’art. 20, l. n. 241 del 1990 non ha innovato nulla, dal momento ch’esso, nell’affermare la nuova portata generale dell’istituto e nell’escludere l’applicazione delle sue stesse disposizioni nei soli casi ivi tassativamente individuati, ha inteso semplicemente stabilire la loro inidoneità ad incidere in via automaticamente innovativa, diversamente da quanto invece ivi previsto per la generalità dei procedimenti ad istanza di parte, in materia di atti e procedimenti riguardanti, per quanto qui interessa, l’ambiente, che restano così disciplinati dalle specifiche norme ad essi dedicate.